sabato 21 marzo 2020

Chi sono gli amici, chi sono i nemici



21 marzo



No, non è il primo giorno di primavera. 
Il primo giorno di primavera era ieri.






   





1. Telemedicina

 Il prof. Lan, docente di antropologia all’Università di Xiamen, mi manda un link, un programma WeChat, ma anche un sito, che si fa chiamare WeDoctor. Lo slogan è WeDoctor We Care.

https://promo.guahao.com/en/global/pneumonia

Si tratta di un servizio di consulenza di telemedicina, gratuito, voluto dal governo cinese, per la comunità mondiale, in varie lingue, in cui medici volontari (che di solito in Cina sono pagati) rispondono a domande, dubbi, problemi sul Covid-19, quelle domande che tutti ci stiamo ponendo, e a cui, nella cacofonia dell’informazione chiassosa dei media, nessuno risponde. Lo staff  medico viene presentato con la foto, il nome e la carica. Nella sezione di ciascuno viene visualizzato un contatore che mostra il numero di consulenze praticate in questo programma. Sono medici donne, uomini, sorridenti, dalle facce rassicuranti. Giovani, come giovane è la forza lavoro attiva in Cina.
La sezione sulle misure protettive mette in primo piano un manuale per la prevenzione, da scaricare gratuitamente. Al momento mi dice che è stato scaricato 34.922 volte. Si sa che i numeri in Cina sono sempre alti, fanno sempre un po’ impressione, per chi non ci è abituato. Una sezione mette a disposizione la consulenza di medici famosi (il termine “famosi” è leggermente sopra le righe, qui) di TCM, per chi non lo sapesse, medicina tradizionale cinese. Perché tutto si integra. Non si divide, ma si unisce. C’è poi la possibilità di accedere a  uno sportello psicologico e anche di richiedere un test RNA (non ancora attivo).
Numeri: i numeri dei casi nel mondo, grafici delle curve di contagio, distinto tra Cina e mondo, e, nel mondo, di paese in paese. Per una volta tanto, siamo al primo posto: Italy: newly confirmed 5986, confirmed 47021, con 4032 decessi e 5129 guarigioni. Siamo seguiti solo dalla Spagna. Proseguendo, le FAQ delle consulenze, domande e risposte (Q&A) e domande tipo quante volte dobbiamo cambiare la maschera? 37° si considera febbre?
Stamattina la barista sotto casa, cinese, che ha chiuso il bar parecchi giorni prima degli altri e posta minivideo delle sue lunghe biciclettate sulla cyclette in salotto, con cappello di paglia e margherita sull’orecchio, ha messo su WeChat un altro programma, “Ambulatorio di consulenza per i cinesi in Italia”. In cinese, si compila un modulo con nome e cognome, età, numero di cellulare, città, i sintomi, la temperatura corporea, il tempo di insorgenza dei sintomi, le medicine assunte, se e quando si ha già consultato un medico in Italia,  se si è in ospedale o a casa, e la propria associazione territoriale di riferimento.
Questo servizio viene organizzato da medici volontari del Zhejiang, la provincia da cui proviene la maggior parte dei cinesi in Italia.

Ecco, a me pare che queste due iniziative dimostrino due cose. Da una parte, come possiamo utilizzare la tecnologia in modo intelligente. Dall’altra, potrebbe essere un utile suggerimento per coloro che ci dovrebbero tutelare, su come rassicurare le persone senza urlare nelle orecchie, sempre più forte: STATE TRANQUILLI!

Allora, mi viene da pensare: “Chi sono i nostri amici? Chi sono i nostri nemici! E’ questa la domanda che dobbiamo porci a monte di tutto”


2. Mascherine
Oggi mi è arrivata l’ennesima offerta di mascherine dalla Cina. Da Dudu, una studentessa che si è laureata su una tesi di traduzione in cinese di gialli di autori bolognesi. Da quando si è diffusa la notizia che in Italia il contagio ha un andamento più veloce di quello cinese – e ieri abbiamo anche superato il numero dei morti – gli amici hanno dimostrato una vicinanza inaspettata.
Liu, di Pechino, l’ho conosciuta due anni fa. Era il mio primo giorno nella stanza 41 al Fuyulou, a Hongkeng. Quarto piano di un tulou in campagna. Una delle poche stanze col bagno. Sarei rimasta lì un po’, sarei diventata parte della famiglia Lin e avrei convissuto con loro e nascite e le morti di famiglia. Ma allora, ancora, non lo sapevo.
Liu era una turista di passaggio, nella 42, senza bagno. Un putonghua impeccabile, per me rassicurante, dopo un lunghissimo viaggio in un Sud scanzonato e melodico.
Abbiamo bevuto un tè insieme, mi ha detto sono Assistant Professor all’Università di giurisprudenza di Pechino, se capiti a Pechino, chiamami, intanto ci scambiamo WeChat.
Certo, dico. Sarebbe stata una dei tanti. Il giorno dopo parte prima che il mio jetlag mi permetta di salutarla.
Dopo due anni mi scrive su quel WeChat dove ho seguito i suoi fiori, i laghetti incantati e ponticelli a mezzaluna, e dove ci siamo scambiati auguri per l’anno del cane e del topo e mi dice ti mando delle mascherine. Un amico le produce al Sud, me le faccio spedire e te le mando con DHL. Commossa, sarebbe stata la prima offerta di mascherine da amici di lunga data o conosciuti anche solo 10 minuti in una Cina piccolissima, ma allora ancora non lo sapevo.
Te ne mando 240 in 3 pacchi diversi, altrimenti alla dogana fanno storie. Ero fuori di me dalla gioia, pensavo a quanti famigliari e amici qui avrei potuto fornire di mascherine, io ne ho qualcuna, mi bastano, non vado fuori, ma ci sono quelli che ancora vanno a lavorare, in autobus, a piedi, in ufficio, in aula...
Poi, il lunedì un altro messaggio, con la faccina in lacrime: le mascherine, pur essendo N95 di qualità, non hanno il marchio CE, non si possono spedire in Europa, DHL non le accetta. Sconforto. Le dico non importa, grazie comunque. Ricorderò questo gesto. Quelle mascherine dopo 3 giorni arrivano in America, a un’altra persona, grata e felice.
Poi mi arrivano altre offerte e io ogni volta dico no grazie, ce le ho. Non voglio accettare per non mettere in moto quel mafan a cui è andata incontro Liu. Ogni giorno me ne arrivano almeno due e io cerco di rassicurare, rifiuto gentilmente. Poi mi arriva una foto da Hong Kong. Un amico regista mi ha fatto spedire un pacco di mascherine, quante, non so, marchio CE, non so, comunque sono in viaggio con Fedex, forse arriveranno.

giovedì 19 marzo 2020

Epidemic-epitome

Bologna, March 19th 2020. In Italy, Father's Day. (Dedicated to my loving and deeply missed daddy)


I now realize a long time has passed since my last post. "Time frys" as they say.

Now the epidemy has hit our beautiful Europe. We are coping with it, and in some ways the same trends of coping we saw in China took shape also in the so-called West: denial-fear-adaptation. The same is happening in other more "Western" countries. Human being is a big collective differentiated unit.

This social separation we are experiencing in this period is really "scar(r)y", it will leave deep scars in our societies.
The last three generations (or a big part of individuals belonging to the post-WW2 generation) have been living celebrating a global unity, pursuing the ideal of socializing, sharing, mixing, with no fear, and,  though keeping a deep trust in science, leaving a door open to other ways of enquiring reality.
My great-grandmother's and my grandmother's generation were raised in fear: fear of the unknown, of the unvisible, fear of the other, dependence on "those who know"– the scientists – fear of death. Death  from desease: my great-grandmother's mother died of Spanish flu when she was 14 and she had to raise 5 siblings by herself; death from war: my mother was born under a WW2 bomb raid, in an underground shelter. From my mother's generation onword, we all thought we were "the Untouchables", that science can defy desease, democracy can defy war and nothing can stop us. Our feeling of power allowed us to set no limits to the exploitation of nature.
Now it is unimaginable for us to see the rebirth of new boundaries, new fears; once again the invisible has come to threaten us, we feel we are losing power. 
The human species at birth is powerless and unprotected. The protection of babies which runs through the arms of an individual - the mother or any other caretaker - is the first cultural transmission the human being encounters in the course of life. It teaches us how to survive. We survive because we act culture.
When all this will be over, our culture will have deeply changed: maybe just our gestures (no kissing, no hand-shaking, but a healthier "namaste" or a new elbow-touching or foot-shanking, who knows), or our bodies (a bit fatter, probably, from  lack of exercise  in our small abodes),  or maybe a profound re-set of our position in society and in Nature. As well as a new political vision of the state, probably. 
In these days our bodies and minds are collectively struggling to build a new culture. This is a transition period and it will be hard, as usually transition periods are. Let's live it in peace, serenity, with the resources we have developed during our lucky generations: sharing, mixing, with no fear and with open hearts.



Pimpa, margherita e i modelli. Per non parlare di Mulan

  Eccoci qua, dopo un'estate "liberatoria" (forse anche troppo!), ma, almeno per noi, qui nei monti, cauta.  E, d'altra pa...