venerdì 4 febbraio 2022



 Oggi va così. Mi ritrovo dopo un mese circa a navigare nel sito della rivista Inchiesta (https://www.inchiestaonline.it/): una lunga tradizione di articoli importanti sulle società del mondo, un'analisi sempre critica, ma positiva, e che ora è online e accessibile a tutti. Ricordo vent'anni fa quando il direttore,  e fondatore, Vittorio Capecchi alla vigilia della pubblicazioe di un mio articolo sulle scuole dei bambini migranti a Pechino, un vero articolo di inchiesta tra i cantieri e le macerie sul confine tra la crescente metropoli e le campagne circostanti, mi disse: "Dimmi dove possiamo regalare abbonamenti alla rivista, luoghi in cui si possano lasciare sui tavoli, a disposizione di tutti, da leggere apertamente. Studenti, professori, impiegati, ..." 

La rete ha fatto questo lavoro, oggi, risparmiando anche la carta, e ora si trova solo online. E il buon Capecchi è ancora direttore e scrive sempre cose interessanti. Con convinzione, fuori dalle convenzioni. 

Ecco qua un articolo che stavo pensando di scrivere da tempo: Come si può parlare "bene" di Cina, oggi? Perchè noi ne vorremmo parlare bene, siamo affezionati a quella parte di mondo che è un po' nostra. Di più, è un po' noi. Ma è difficile, oggi, parlare bene di Cina. Non perchè non abbiamo niente da dire, anzi, ce ne sarebbe tanto da dire,ma perchè se ne parliamo bene veniamo "accusati" di essere di parte, di non essere oggettivi, di tralasciare le cose - troppo - evidenti, che sono troppo difficili da digerire agli occhi del mondo. 

Leggo quindi un articolo  scritto da Scarpari, ma che avrei voluto scrivere io, anzi, lo stavo pensando da tempo: "Parlare bene della Cina" 

https://www.inchiestaonline.it/osservatorio-internazionale/maurizio-scarpari-parlare-bene-della-cina/?utm_campaign=shareaholic&utm_medium=copy_link&utm_source=bookmark

Scarpari, autore di un paio di libri che tengo ancora in programma d'esame per i miei studenti, propone una riflessione veloce, qui,  che mi sento di condividere, soprattutto nell'ultima parte:  

"Questo tuttavia non deve in alcun modo giustificare un’equiparazione tra il popolo cinese e il suo governo autoritario. Un errore che spalancherebbe le porte a un razzismo sinofobico di cui, purtroppo, anche nel discorso pubblico si vedono affiorare diverse tracce."

Queste parole sono premessa e conclusione di qualsiasi mio discorso sulla Cina, e sentirle  da un sinologo della generazione precedente alla mia, è confortante. Perchè la sinofobia che colpisce gli amici cinesi, che si trovino in Cina, RPC o in qualche sua propaggine, oppure all'estero, Italia inclusa,  colpisce anche noi. Quel "Noi" per il quale quell'insieme di "Io" plurali è molto più grande di una piccola comunità di uguali.

 

 

Nessun commento:

Posta un commento

Pimpa, margherita e i modelli. Per non parlare di Mulan

  Eccoci qua, dopo un'estate "liberatoria" (forse anche troppo!), ma, almeno per noi, qui nei monti, cauta.  E, d'altra pa...